È sotto gli occhi di tutti che negli ultimi anni si parla sempre di migrazioni, una dimensione della realtà umana contemporanea che ha assunto uno spazio importante nel discorso pubblico, polarizzando le nostre società. Per quanto rimanga difficile misurarne l’impatto in termini di costi e benefici per l’economia, di coesione sociale e di trasformazione culturale/identitaria, è fondamentale evitare di creare timori e pregiudizi.

In questo primo blog post di una serie dedicata al fenomeno delle migrazioni e all’integrazione, cerchiamo di dare dei riferimenti per capire i contorni reali di questo fenomeno – consistenza, motivazioni, impatto, e andamenti futuri. 

Definizioni e alcuni dati: chi è un migrante, chi è un rifugiato

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un migrante internazionale è una persona che ha vissuto in un paese diverso dal suo paese di nascita per almeno un anno. La popolazione migrante rappresenta solo il 3,5% della popolazione mondiale (272 milioni di persone). Stando ai dati diffusi dal Migration Data Portal, la crescita dei flussi migratori è rimasta relativamente stabile tra il 1970 e il 2019 ed è diminuita a 2,2% tra il 2015-2019 rispetto a 2,4 % nel quinquennio precedente (2010-2015).

Nei paesi OCSE la popolazione straniera rappresenta in media il 13% della popolazione residente. In Italia l’incidenza è molto più bassa — 5,26 milioni di stranieri nel dicembre 2018 (5 milioni nel 2017), pari all’8,7% degli abitanti (Dossier Statistico Immigrazione, IDOS 2019). Poco più della metà (50,2%) dei cittadini stranieri in Italia sono europei, i più numerosi sono di gran lunga i romeni che precedono albanesi, marocchini, cinesi e ucraini. Il 52% del totale degli stranieri residenti è cristiano e un terzo è musulmano. Secondo dati ISTAT, lavoratori stranieri a fine 2018 rappresentavano circa il 10,6% di tutti i lavoratori del paese. Nell’anno scolastico 2017/2018, gli alunni e alunne con cittadinanza non italiana presenti nelle scuole italiane sono più di 842mila pari a circa il 9.7%  del totale degli iscritti nelle scuole italiane dell’obbligo a fronte di 50mile presenze con cittadinanza non italiana nel 1995 (Gli alunni con cittadinanza non italiana, a.s. 2016/2017, MIUR 2018). La Fondazione ISMU stima che al 1° gennaio 2019 la presenza complessiva delle seconde generazioni in Italia di età compresa tra gli 0 e i 35 anni (nate in Italia da almeno un genitore straniero o giunte minorenni) è di 2.825.182.

Un rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal paese di cui è cittadino e non può o non vuole, per tale timore, avvalersi della protezione di questo paese” (art. 1a Convenzione di Ginevra 1951). Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, i rifugiati nel mondo erano 25.9 milioni a metà 2019. Molto più numerosi sono gli sfollati (70.8 milioni di cui 41.3 milioni sfollati interni). 

Infine cosa ci dicono le statistiche circa gli sbarchi avvenuti in Italia negli ultimi anni? Che i migranti sbarcati in Italia nel 2018 erano 23.370, l’80% in meno del 2017.

Perché si emigra?

La migrazione è un fenomeno strutturale determinato dall’interdipendenza delle diverse situazioni politiche e socio-economiche che caratterizzano le diverse aree geografiche. Su scala globale i seguenti fenomeni sono stati evocati tra le cause della migrazione

  1. Le diseguaglianze dello sviluppo umano. Lo Human Development Index delle Nazioni Unite del 2019 calcola che nonostante i progressi nel combattere la povertà estrema (dal 36% della popolazione mondiale nel 1990 al 8.6% nel 2018), le diseguaglianze sono ancora estreme e tendono a permanere soprattutto in Africa Sub-Sahariana dove si stima che si troveranno 9 delle 10 persone a vivere in condizioni di estrema povertà a livello globale nel 2030 (Human Development Report, UNDP 2019).
  2. Istruzione, urbanizzazione e accesso alle tecnologie. Aumenta il livello medio di istruzione tra i cittadini delle aree più povere al mondo, i quali sempre più oramai vivono in contesti urbani e dispongono di un migliore accesso all’informazione grazie alla diffusione di internet e smartphone. Questi fattori contribuiscono ad accrescere la consapevolezza della mancanza di opportunità che caratterizza queste aree.
  3. Demografia. Stando a dati UNDESA, circa il 90% della popolazione mondiale under-30 vive in paesi emergenti o in via di sviluppo. L’età mediana della popolazione della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) è 26,8 anni mentre in Africa Sub-Sahariana è 19,7 anni.
  4. Sistemi politici e conflitti. Si dice spesso che migrare equivale a “votare con i piedi”. Il divario tra i regimi autoritari nel Sud e democratici nel Nord del mondo genera una domanda di maggiore partecipazione alla vita politica alla quale la decisione di migrare rappresenta una naturale risposta. Inoltre, sono molti i luoghi di tensione che creano migrazione forzata per fuggire da conflitti e persecuzioni (per esempio Siria, Yemen, Myanmar, Venezuela).
  5. Ambiente. Si calcola che i “rifugiati ambientali” – coloro che ossia fuggono di fronte all’intensificarsi di situazioni dovute al cambiamento climatico, quali crescente scarsità di acqua potabile, siccità e fame – potrebbero essere 140 milioni nel 2050 (Groundswell : Preparing for Internal Climate Migration, World Bank 2019).

Questi fenomeni strutturali lasciano predire che i fenomeni migratori difficilmente si fermeranno, indipendentemente dalle politiche migratorie proposte.

Fact-checking sui migranti

I migranti sono i più miserabili del pianeta? FALSO. Tra i primi 10 paesi di origine dei migranti la maggioranza ha avuto una crescita economica sostenuta negli ultimi 15 anni (Perspectives on Global Development, OECD 2016). Nel 2017 il primo paese di provenienza dei migranti era l’India (17 milioni), seguita dal Messico, la Federazione Russa, la Cina, il Bangladesh, la Siria, il Pakistan e l’Ucraina (International Migration Report, UN 2017). Contrariamente alle aspettative, una crescita economica elevata e sostenuta è coincisa con un aumento dell’emigrazione in molti di questi paesi. 

Come mai? Bisogna ricordarsi le grandi diseguaglianze in termini di reddito pro-capite: in media in questi paesi si continua a guadagnare il 40% in meno che nei paesi dell’area OCSE. Inoltre coloro che emigrano hanno livelli di istruzione in media più elevati e appartengono a una categoria relativamente benestante rispetto alla media del paese di origine.

Dove vanno i migranti? I primi dieci paesi di destinazione dei migranti sono tutti paesi a reddito elevato dove si concentrano 68% dei migranti economici nel 2017 (Global Estimates on International Migrant Workers, ILO 2018). Secondo i dati del Migration Policy Institute, il primo paese di destinazione della migrazione in termini assoluti nel 2017 sono stati gli Stati Uniti, seguiti da Arabia Saudita, Germania, Russia, Regno Unito, Emirati Arabi Uniti (che sono anche il paese con la più alta concentrazione di migranti pro-capite, oltre l’80% della popolazione), Francia, Canada, Australia, Spagna e all’11° posto l’Italia. Il più grande corridoio della migrazione è quello tra Messico e Stati Uniti che rappresenta il 5% della migrazione mondiale, il secondo è quello tra India e gli Emirati Arabi Uniti mentre il terzo è quello tra Russia e Ucraina. 

Considerando ora il caso specifico dei flussi migratori verso l’Europa e in particolare modo verso l’Italia, sono tanti i migranti in Europa provenienti dall’Africa Sub-Sahariana. Tuttavia, tutti coloro che migrano da questi paesi africani si dirigono verso l’Europa? FALSO. Bisogna ricordare che la migrazione rimane soprattutto un fenomeno regionale. Per esempio, in Africa Occidentale il numero di migranti tra i paesi facenti parte di questa regione è sette volte più elevato di quello dalla regione verso il resto del mondo.

Ancora, dalle narrazioni fornite dai media talvolta si evince che una grande fetta dei rifugiati mondiali ha come destinazione l’Europa. Questa narrazione è FALSA. Nel 2019 su 25.9 milioni di rifugiati esistenti al mondo, solo 6 milioni risiedono in paesi dell’area OCSE. L’86% dei rifugiati vive in paesi in via di sviluppo e nel 2016 l’Uganda ha accolto più rifugiati del numero totale di migranti e rifugiati che hanno attraversato il Mediterraneo per arrivare in Europa in quello stesso anno.

Tasso di partecipazione al mercato del lavoro nella fascia d’età 16-64 anni per migranti/non-migranti in base al livello medio di reddito del paese di residenza. Fonte: OECD/ILO (2018).

Infine, talvolta si ha l’impressione che i migranti lavorino poco e in ogni caso meno della popolazione nativa. Anche questo luogo comune è FALSO. Il quadro è semmai l’opposto, anche in virtù di quanto detto prima e ossia che i migranti in media dispongono di un livello di istruzione più elevato e provengono da un ceto sociale relativamente più agiato rispetto alla media del paese di origine. Nei paesi ad alto reddito, la partecipazione alla forza lavoro è più alta tra la popolazione migrante che non quella locale. Nel 2018 la percentuale della popolazione tra i 16 e i 64 anni che lavorava o che cercava lavoro ossia il tasso di partecipazione al mercato del lavoro era del 72% tra la popolazione migrante e del 58% tra quella locale.

Anna Piccinni

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